1980 - Intervista a Rinascita - Iran: i problemi di un nuovo difficile internazionalismo
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Iran: i problemi di un nuovo, difficile internazionalismo

Intervista a Rinascita, 20 giugno 1980

 


La Conferenza sulle ingerenze americane ha ospitato una discussione niente affatto diplomatica. Non riguarda forse anche il movimento operaio occidentale la battaglia che si combatte in Iran? Per risolvere il problema degli ostaggi è necessario riconoscere le ragioni degli iraniani, anche se oggi la garanzia più solida su cui può contare quel paese è costituita dalla solidarietà internazionale. La rivoluzione, che ha visto le masse protagoniste, mantiene aperti problemi e interrogativi profondi. Permane il rischio d'un esito tragico di questa esperienza. Khomeini: un  uomo che opera su grandi opzioni di fondo.

  La « Conferenza sulle ingerenze americane   in   Iran »,   che  si   è   svolta  a Teheran   all'inizio   del   mese   di   giugno, ha rappresentato  un primo  contatto at­tivo   della   comunità   internazionale   con la rivoluzione iraniana. I giudizi sull'esi­to dei suoi lavori non sono stati univoci:   una parte  della  stampa   ha  parlato di un risultato deludente,  mentre all'in­terno   dell'Iran   il   Partito   repubblicano islamico  ha  esibito  verso  la  conferenza un atteggiamento ostile.  Tu, che vi hai preso parte,  che  valutazione  ne  hai ri­cavato?

  La mia valutazione  invece è posi­tiva. Prima di tutto, va considerata l'am­piezza   delle  presenze  che  è   stata  otte­nuta:   c'era  una  foltissima  e   autorevole rappresentanza dei paesi non allineati e più in generale delle  aree fondamentali del   terzo   mondo,   una   rappresentanza dei paesi dell'Est europeo, una significa­tiva delegazione americana e una presen­za di forze della sinistra dell'Europa oc­cidentale, soprattutto dai paesi dell'area mediterranea  (Spagna, Francia e Italia). Qual è il paese che in questo momento può  raccogliere  attorno  a  una  sua  ini­ziativa  e  a  un  dibattito  su  punti  così delicati  un   arco   di  forze  così  vasto   e articolato? E. non dimentichiamo qual è il  paese   che  ha   assunto   l'iniziativa:   si tratta di un paese, l'Iran, che è oggi al centro   della   tempesta   mondiale.

Nonostante tutte queste difficoltà, c'è stata una discussione schietta, niente af­fatto diplomatica. In una conferenza che raccoglieva forze così varie, realizzata per giunta senza una vera e propria prepa­razione, era grande il rischio che ci si limitasse a pronunciamenti rituali. Non è stato così. Chi ha voluto, ha potuto uscire tranquillamente fuori dal rito. E difatti sono state affrontate anche que­stioni molto difficili e complesse, come quella degli ostaggi americani, dei dirit­ti delle minoranze etniche all'interno stesso dell'Iran. Si è discusso dell'Afgha­nistan, anche con uno scontro polemico al momento dell'intervento del delegato sovietico. E tutto questo sempre con una forte attenzione nella sala, e con rispetto reciproco.

Infine, anche la conclusione cui si è giunti a me pare significativa. Ci si è preoccupati di registrare, nella risoluzione finale, un ampio resoconto delle idee che erano state espresse nel corso dei lavori. Sullo stesso « dispositivo » della risoluzione finale c'è stata discussione e il testo ha dovuto tenere conto delle va­rie opinioni, per esempio sulla questione degli ostaggi.

Naturalmente, su molti temi ci si è dovuti fermare ad enunciazioni, afferma­zioni di principio, valutazioni generali. E ci vorrebbe invece — su tutta una serie di questioni — un ulteriore ap­porto di conoscenza, un confronto assai più concreto delle rispettive analisi e proposte. Ma tutto ciò va oltre la confe­renza di Teheran, e riguarda il modo con cui può essere rilanciato il dialogo politi­co internazionale, l'« internazionalismo », come si diceva una volta. A Teheran, intanto, c'è stato un fatto importante: la prima larga presa di contatto fra i diri­genti di quel paese e l'opinione pubblica mondiale.

  Una   parte   dell'opinione. pubblica mondiale.   C'è anche  chi si  è  mostrato piuttosto   indifferente...

  Non solo.  Attorno alla conferenza c'è stata lotta. Non penso solo al veto posto dal governo degli Stati Uniti alla partecipazione  di  una  delegazione   ame­ricana. Ma la delegazione Usa non si è lasciata intimidire, e ha parlato anzi con coraggio e  in  modo  articolato. E credo che  anche questa  sia  una  testimonianza che non c'è solo l'America di Carter. Ma gli ostacoli e le diffidenze non venivano solo  della  dirigenza  americana.  Il  fatto stesso che la conferenza  si sia  svolta è stato un successo contro forze conserva­tici che da tempo lavorano per impedir­ci  perfino un  contatto, un  dialogo  con l'Iran;  ed è stato senza dubbio un suc­cesso  anche  contro un atteggiamento  di passività  e  di  inerzia  che  è  fortemente presente —  dobbiamo dircelo con fran­chezza —  anche in Europa. Vi è  stata un'opposizione anche all'interno dell'Iran, che si è espressa, se ho visto bene, verso la fine della conferenza attraverso le di­chiarazioni  sulla  stampa  di   alcuni   diri­genti  del  Partito  repubblicano  islamico.

Diverso invece è stato l'atteggiamento dell'imam Khomeini. Ci è stato detto che l'idea stessa della conferenza veniva da Khomeini,  il quale, dopo il fallito blitz americano, avrebbe esortato i dirigenti del suo paese a prendere contatto con l'opinione pubblica mondiale. La conferenza inoltre si è aperta, prima del discorso del presidente Bani Sadr, con la lettura di un messaggio dell'imam. E alla fine c'è poi stato un incontro, sin­golare e inconsueto nella forma, di tutte le delegazioni con lui. Khomeini dun­que non è rimasto in disparte: è inter­venuto prima della conferenza e durante la conferenza.

  Hai detto che la conferenza, oltre che un atto di documentazione e di de­nuncia   dell'attività   americana   in   Iran, è stata anche sed[e di un reale dibattito. Di  cosa  avete  discusso?

  Direi che il tema dominante è sta­ta  l'eredità  dell'imperialismo,  e  il  rap­porto  Nord-Sud  oggi. E'  dentro  questo quadro  che  è  stata giustamente  ricollo­cata  la   rivoluzione   iraniana.   In  questo senso  si muoveva chiaramente lo  stesso discorso  di  Bani  Sadr,  che  ha  inserito la  vicenda  del   suo  paese  in  un'analisi più vasta della crisi mondiale. Era un'a­nalisi che  aveva un  netto  accento,  per dirla  col  nostro  gergo,   « catastrofista », anche   se   dentro  di  essa  c'erano  molti motivi che avevano una forte parentela con  le  tematiche  che  vengono  discusse in Occidente: il problema della crisi del­lo  sviluppo,  il  problema  della  guerra... e,   se   devo   comunicare   un'impressione, certi  accenti non erano  lontani  da una lettura   della   vicenda   mondiale   che   ri­corrono  in tanti dibattiti in corso oggi nell'Occidente europeo:  l'idea, ad esem­pio, che  il mondo  non  sia  solo  a una crisi dello  sviluppo  materiale  ma  anche a una «crisi dei valori». Forse in tutta la conferenza la denuncia dei pericoli di una « catastrofe » ha prevalso sull'analisi concreta  delle  ristrutturazioni già  in  at­to   nelle   forze   capitalistiche   dominanti, e più in generale nelle società del nostro tempo. Ma non toccava prima di tutti a noi —  Occidente —  portare una cono­scenza   di   queste   profonde   modificazio­ni in corso  e  delle  implicazioni  che re­cano con sé? Anche un dialogo più con­creto  nella possibile  trattativa Nord-Sud non dipende in larga misura da noi oc­cidentali?

C'è stata poi una discussione speci­fica sulla questione degli ostaggi. Una grande parte degli interlocutori internazionali (e fra questi la delegazione italiana), mentre esprimeva la propria solidarietà con la rivoluzione, ha sollevato con schiettezza il problema di una soluzione rapida, giusta e pacifica del pro­blema degli ostaggi. Non è stato chiesto agli iraniani di fare una « concessione » a chicchessia, ma di compiere un atto nell'interesse stesso della loro causa.

  Pensi   che   questo   discorso   abbia prodotto  qualche effetto?

  Ho avuto l'impressione che almeno una parte delle forze dirigenti iraniane non l'abbiano  respinto. La  questione  è stata poi ripresa  nel documento finale ed è  tornata nell'incontro che  abbiamo avuto con Bani Sadr. Ho notato qualche eco di tutto ciò in dichiarazioni succes­sive,   e   ne  vedo   anche   una   conferma, negativa, nell'attacco che alcuni dirigen­ti del Partito repubblicano islamico han­no di nuovo sferrato proprio sulla que­stione degli ostaggi, minacciando il pro­cesso.

  Tuttavia, il modo pregiudiziale con cui   i  governi   occidentali   hanno   posto la questione degli ostaggi,  ignorando il risarcimento politico che gli iraniani pre­tendono, ha finora ostacolato il dialogo con Teheran e una soluzione del proble­ma. Qual è, invece, a tuo avviso la via da percorrere?

  Tocchiamo qui una  questione  im­portante e assai complessa. Alle afferma­zioni di principio  che vengono  da  par­te occidentale gli iraniani contrappongo­no   altre   affermazioni   di   principio:   da noi    essi   dicono     le   regole   della convivenza internazionale sono state cal­pestate in radice, nel modo più brutale, e  per   tutta  un'epoca   storica;   e   ancora poche  settimane  fa  c'è   stata  contro   di noi un'aggressione militare aperta; in no­me di che cosa — essi dicono — chie­dete a noi di essere i primi a rispettarle? L'imam Khomeini, nell'incontro alla fine della conferenza, ci ha detto:   « Voi og­gi vedete solo una parte di  tutto quel­lo   che  noi   abbiamo   sofferto;   solo  noi iraniani conosciamo l'intera vicenda del­l'offesa   che   ci   è   stata  fatta  nel   corso della    storia ».    Devo    dire   che    quello che si intravede ancora oggi, in un ra­pido giro, in certe parti di Teheran, da una stretta al cuore:  ci si vergogna;   sì ci si vergogna, non solo per quello che è stato fatto nel lontano passato, ma per i traumi terribili che ha recato con sé, adesso, la penetrazione capitalistica nel terzo mondo. Ma il problema, secondo me, non sta solo in queste considerazioni, che infatti non sono state il solo argomento evoca­to alla conferenza. C'è un punto molto più politico. A mio avviso, esso sta nel fatto che, sia pure attraverso la questio­ne degli ostaggi, gli iraniani hanno solle­vato e sollevano il problema di un rico­noscimento legale del diritto del loro paese all'indipendenza. Paradossalmente, sono loro a porre una questione di le­galità.

Tu ricordi che noi avemmo notizia del blitz americano proprio il 25 aprile scor­so? In quel giorno, mi venne fatto di ripensare al nostro 25 aprile 1945. Allo­ra l'ordine che diede il comando delle forze partigiane di liberazione fu: pren­dete Mussolini e giustiziatelo, e non mi pare che quella fosse solo una decisione di giustizia, o di vendetta. Fu una deci­sione politica che voleva dare un colpo a qualsiasi tentativo di restaurazione, non solo interna ma internazionale. Met­tiamo che Mussolini invece fosse stato salvato da una potenza straniera, portato in un altro paese, protetto, e ci fossero stati dei Kissinger di quel tempo che avessero detto che si era fatto poco per difenderlo, voglio vedere se perfino De Gasperi non avrebbe gridato allo scan­dalo... Insomma: un popolo che rovescia un regime di tirannia e si sente conti­nuamente minacciato dalla rivincita in­terna ed esterna, cerca disperatamente le garanzie e le affermazioni che dicano al mondo e al paese che quell'epoca è fi­nita per sempre.

L'errore degli iraniani, a mio parere, è altrove. La detenzione degli ostaggi, proprio perché presta il fianco a una campagna ostile e rischia di presentare la vicenda di quel paese come una e-splosione rivoluzionaria incapace di dar­si « regole », indebolisce la solidarietà internazionale verso la rivoluzione. E io mi domando se oggi un'effettiva soli­darietà internazionale non rappresente­rebbe per l'Iran una garanzia ben più solida che non la detenzione degli ostag­gi. Capisco tutte le grandi difficoltà di un tale cammino, ma a me intanto sem­bra importante che nel paese si sia aperta una discussione proprio su questo punto: non soltanto sugli aspetti giuri­dici del problema, ma ancor più sulle solidarietà sostanziali, politiche di cui po­trebbe godere l'Iran quando autonoma­mente desse una soluzione alla questione degli ostaggi.

Naturalmente, perché questa soluzione possa avvicinarsi, sono necessari atti con­creti da parte dell'Occidente. Mi sembra profondamente sbagliato pensare di arri­varci attraverso le sanzioni economiche, le quali non fanno che confermare l'im­magine di un Occidente ostile e infido. Non solo: di un Occidente che continua a ragionare secondo due differenti me­tri di giudizio. Gli americani non hanno patito nemmeno un millesimo dei torti che essi hanno inflitto all'Iran, eppure come hanno protestato per i cinquanta ostaggi! Cosa avrebbero fatto se avessero subito ciò che hanno subito gli iraniani? Ebbene, questo metro di giustizia deve valere solo per il mondo occidentale, o finalmente si può applicarlo anche « a Est di Suez »? Questo è un punto chiave. Vi sono secoli di storia ohe danno ai paesi poveri la convinzione che esistano due mondi, ciascuno con un proprio re­golamento: se non arrivano fatti capaci di smentire questa convinzione, non ci si può poi sorprendere delle reazioni, per   sbagliate   che   siano.

Sia pure per breve tempo, hai po­tuto avere un contatto diretto con la rivoluzione e i suoi protagonisti. Una discussione è in corso, anche dentro la sinistra, per valutare quella esperienza. Tu,  che impressione  hai avuto?

— C'è da dire, prima di tutto, che è stata una rivoluzione che ha visto come protagoniste attive grandi masse di uomini e forze sociali diverse. Protagoniste attive, nel senso che l'intervento diretto di queste masse è stato decisivo per l'esito della lotta, e continua ad essere determinante. Dal mio punto di vista, questo è un fatto di enorme importanza. Certo esso sembra andare in senso contrario rispetto ad un'opinione, che se trova oggi una certa nuova fortuna in Occidente, secondo cui, data la « com­plessità » dei problemi politici e sociali, la soluzione delle crisi in atto starebbe ancor più nelle mani di determinati « spe­cialisti ». Ebbene, in Iran le cose sono andate in un altro modo, con le masse in prima fila.

Ho poi l'impressione che a questo fe­nomeno abbia corrisposto un processo accelerato di presa di coscienza politica. Anche nelle forme proprie della vicenda iraniana, non ci siamo trovati di fronte a una pura e semplice esplosione del « sociale », gestita poi da qualche élite politica. Non ci siamo trovati di fronte a pochi capi da un lato e a una infor­me moltitudine dall'altro, bensì ad ag­gregazioni di forze, che stanno cercando e definendo, attraverso uno scontro tra­vagliato e aspro, un loro volto sociale, politico, ideale. Abbiamo studiato anco­ra assai poco la rivoluzione iraniana, ma mi sembra abbastanza ragionevole quella interpretazione che vede la chiave della vittoria sullo scià nella saldatura, che a un certo momento riuscì a stabilirsi, fra determinate forze sociali, anche di tipo molto moderno, di opposizione alla ti­rannia e l'entrata in campo di grandi masse urbane di diseredati. Come, quan­to e su quali contenuti può reggere e, anzi,, svilupparsi una tale saldatura, qui gli interrogativi sono tanti e sono dram­matici; te, la lotta intorno ad essi — lo vediamo ogni giorno — è pesante, gra­vida di pericoli. Ma sento che noi non possiamo sbarazzarci di questi problemi ricorrendo al banale concetto del « fana­tismo ».

Ritengo che la rivoluzione iraniana si trovi, anche essa, di fronte alla grande questione dell'organizzazione del potere, e non solo sotto l'aspetto più propria­mente giuridico — che pure è impor­tante —, ma sul terreno della costruzio­ne di un blocco sociale vincente. In mo­di radicalmente diversi, essa si trova a vivere gli stessi drammatici problemi che, in altre fasi, dal 1905 al 1917, dal pri­mo dopoguerra tedesco alla nostra Re­sistenza, a Cuba, e così via, si sono pre­sentati di fronte ad altre rivoluzioni. Ri­peto che sono molto preoccupato per le difficoltà che, a questo proposito, gli iraniani incontrano. Ma questo è il pro­blema che essi hanno dinanzi. Guai se ci lasciamo abbagliare dai nostri pregiu­dizi e non ci accorgiamo che, nella for­ma peculiare di quella esperienza, si stan­no lì affrontando questioni a noi non estranee: quale modello di sviluppo, se e come deve esplicarsi una funzione dei partiti, quale ruolo devono avere mo­vimenti di massa e forme di democrazia diretta. Ma pensa poi un momento a tutta la discussione sulla « cultura isla­mica »:   non è forse,  dilatata  ed  esasperata al massimo, quella che noi chiamiamo la questione degli intellettuali, compreso l'aspetto del rapporto tra religione e politica, fra ideologia e progetto?

Certo: proprio perchè si tratta di questo e non di altro, si pongono in modo acuto problemi di libertà, di forme della dialettica politica e sociale, di « garanzie ». Ma non nel senso rozzo di tanta stampa nostrana. Le questioni più gravi riguardano l'organizzazione dello Stato, il modo in cui tenderà a consolidarsi l'e­sperienza politica delle masse, gli sbocchi stessi a cui possono portare certe forme di presenza popolare armata. Dobbiamo sapere che sono problemi terribili, che possono condurre anche a esiti tragici. Sappiamo che ci sono forze, senza dub­bio integraliste, che tendono a dare a questi problemi una risposta che può portare a involuzioni profonde. C'è og­gi in Iran una lotta che dobbiamo cer­care di comprendere.

  E' vero. Un giudizio su quanto av­viene  oggi in  Iran  non  può  prescindere dal fatto che ci si trova di fronte a una situazione   estremamente   fluida,   caratte­rizzata da una lotta molto acuta per il potere.   Qual è,  secondo  te,  la posta  in gioco?

   Prima  di   tutto  la  posta  in gioco non riguarda solo l'Iran. Se non si com­prende   questo   fatto,   risulta   deformato tutto  il   ragionamento.  Oggi  l'Iran,  pur con gli errori, i limiti,  i pericoli che si vedono   quasi   a   occhio   nudo,   vive   un momento alto di quello che è stato uno dei   grandi   fenomeni   di   questo   secolo, e cioè  della lotta  del  terzo mondo  non solo   per   liberarsi   dall'imperialismo,   ma anche   per   costruire   nuovi   rapporti   so­ciali   nel   mondo.   L'Iran   si   trova  oggi, non casualmente, al centro di una gran­de tensione internazionale, e io non cre­do   che   sia  solo   per   la   questione   del petrolio,  che  pure  è  di  enorme  impor­tanza per il mondo capitalistico:  la que­stione  del  petrolio è  l'aspetto  emergen­te   di   quel   rapporto   fra  Nord   e   Sud, che  tocca  punti  essenziali  dell'organizza­zione materiale della vita su questo pia­neta.

Sarebbe profondamente sbagliato, e un poco miope, se il movimento operaio dell'Europa occidentale non si rendesse conto che l'esito di questo scontro sarà essenziale anche per noi. Vogliamo fa­re dei paragoni? Negli anni venti nel­l'Occidente europeo fallirono una serie di tentativi (e strategie) di rivoluzione sociale, e il movimento operaio occiden­tale patì una sconfitta, che fece dell'Urss, degli Usa, della Germania nazista le for­ze protagoniste dello scontro mondiale. Se ancora oggi il movimento operaio e popolare dell'Occidente si lascia tagliar fuori dal gioco, sarà poi inutile lamen­tarsi o mettere i voti sulla pagella di quelli che son stati al centro della bat­taglia mondiale. Io ho l'impressione che siamo di nuovo ad un punto in cui si giocano molte delle prospettive a veni­re, e che molto dipenderà dal modo in cui i nostri paesi si atteggeranno di fron­te a questa avanzata del terzo mondo, di cui l'Iran è oggi un punto focale. Riusciamo a intervenire e a diventare interlocutori di questo processo? Se non ci sarà la capacità di far intervenire un'iniziativa (uso un termine così caro a Togliatti) dell'Europa in questo conflitto, anche il resto diventerà più difficile, e aumenteranno i rischi di una sconfitta o di una soluzione involutiva.

Dentro il fronte antimperialista, i dirigenti iraniani, a cominciare dall'imam Khomeini, hanno finora difeso con tenacia per il proprio paese una collocazione autonoma e dinamica fra i due bloc-chi americano e sovietico. E' stata una posizione difficile da tenere, se si pen­sa alle oggettive pressioni cui sono sta­ti sottoposti, dall'invasione dell'Afghani­stan al blitz statunitense. Non credi che sia interesse del nostro movimento in­coraggiare e difendere questa scelta ira­niana?

   Noi  abbiamo  sempre   lavorato per aiutare le forze non  riducibili all'uno o all'altro dei  due  campi in cui  si divide il mondo. So che c'è discussione su que­sto  punto,  anche  fra  i  nostri militanti, che  c'è  chi  tende  a negarlo, e vede la nostra   tradizione   come   bloccata   e   alli­neata   sulla   scelta   di   un   unico   campo. Io   non   la   vedo   così.   Ricordo   che   il « togliattismo »,   fin   dall'inizio,   ha  sem­pre    dimostrato   una   grande    sensibilità per  i  processi  politici  che  si collocava­no su un terreno autonomo:  ricordo co­me,   prima   ancora   della   conferenza   di Bandung, guardassimo con grande atten­zione  a  vicende  come  quelle  di  Mossadeq  e  di Nerhu;   ricordo  le  nostre  ini­ziative   verso   la   rivoluzione   algerina   e l'attenzione   verso   l'Olp,   fin   dalle   sue origini. Sono dunque d'accordo:  c'è qui una   scelta  che   va   difesa   e   valorizzata. Ma   sento   anche   che   in   questo   spirito di  indipendenza,  in questo orgoglio del­la propria identità nazionale, che è pro­fondo   in   tutti   i   paesi   che   ho   recente­mente visitato, e che in  Iran ho perce­pito fortissimo,  c'è  un  aspetto  che  può trasformarsi   in   un   limite   serio.   Anche questo ho sentito in Iran:  il pericolo di una  illusione,  quella  di recingersi in un proprio   spazio,   in   una   propria   storia, isolati  dal  resto  del mondo.

  A questo punto, forse, puoi espri­mere una tua impressione su Khomeini.

   Ho detto già della  singolarità del nostro   incontro   con   l'imam.   L'abbiamo incontrato in una moschea in costruzio­ne, in un  villaggio alla periferia di Te­heran. Ci ha parlato dall'alto di un mi­stico ballatoio, per circa un'ora, in per­siano,   e   senza   una   riga   di   traduzione, nemmeno  alla  fine.  Nonostante  la  stra­nezza  delle circostanze, era possibile av­vertire nell'uomo, nel suo atteggiamento, nelle cose che diceva, una grande deter­minazione. Colpisce il fatto che egli non agisce   su   piccole  cose,  che   ragiona   su parametri  di  fondo  e  che  su   tali  para­metri   regola   la   sua   coscienza,   le   sue scelte,  la  politica  del  suo  paese.  Vivia­mo  in  un  mondo  in  cui  tante  persone intorno  a  noi ogni  giorno  mettono  tra parentesi  le grandi opzioni  di fondo ed esaltano  la  pratica della  mediazione  nel suo senso più mediocre; sarà perché tut­to  ciò  provoca,  anche  da  noi,  un  cer­to   distacco   dall'agire   politico   che,   lo confesso, una  suggestione  si  avverte nel sentire   un   uomo   che   ragiona   e   opera su  grandi  scelte  di  fondo.  E  Khomeini dice    anche    parole   molto   impegnative. Quando egli dice che i protagonisti del­la   rivoluzione   iraniana  sono   disposti  a farsi uccidere pur di conservare la liber­tà, io penso che non siano parole dette alla leggera. Anche per questo credo che la posta in gioco, perfino dal punto di vista materiale e umano, sia molto alta.

Dove vedo il pericolo? Quando Kho­meini dice, pressappoco, « preferiamo camminare a dorso d'asino, ma resta­re indipendenti », oppure « ci possono assediare, semineremo grano e orzo e mangeremo », vedo la determinazione e l'orgoglio che sorregge un ragionamento di questo genere, ma temo anche l'illu­sione che questa realtà possa essere iso­lata da tutto un contesto di relazioni mondiali. E invece l'esperienza ci ricor­da che la risposta ai problemi di un paese, anche in questo caso, non può non  essere  « storicamente  determinata », riferita alle condizioni del mondo in cui viviamo.

Sento dunque che ci troviamo di fronte a un processo che può finire in una grande tragedia. Nobile e generosa senza dubbio, ma grande tragedia. Questo problema lo possiamo mettere tutto sulle spalle degli iraniani, o la risposta dipende invece da noi?

                                                                                                                                                                                                                                                (a cura di Massimo Boffa)

 
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