2009 - Intervista su Essere comunisti - "Intervista sul Novecento "
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Pietro Ingrao

Intervista sul Novecento

a cura di Alberto Burgio


 

Incontro Pietro Ingrao nella sua casa romana di via Balzani. È il 16 luglio. Qualche giorno prima gli ho chiesto per telefono se accettava di fare una conversazione sul Novecento - il suo secolo - e sull'importanza della memoria, sulla storia e i suoi rapporti con la politica. E, naturalmente, anche sull'oggi, sulla difficile condizione della sinistra italiana e dei comunisti nel nostro Paese.

Ingrao si è dapprima schermito. «C'è il mio libro, nel quale ho raccontato ciò che della mia esperienza di vita considero utile sottrarre alla dimenticanza. Perché aggiungere dell'altro?» Ho risposto che per me, per noi che ci diciamo ancora comunisti, per questa rivista e per il nostro partito, è importante conoscere il suo pensiero anche sulle vicende più recenti: la drammatica sconfitta della sinistra, il dilagare delle forze reazionarie capeggiate da Berlusconi, le polemiche sorte in margine al 25 aprile e al tentativo di equiparare partigiani e repubblichini. Ha esitato, poi ha accettato: «Se proprio ci tieni…». Così è cominciato questo nostro incontro, davanti a un caffè d'orzo e a un piccolo registratore.

 

È un luogo comune sostenere che siamo ormai «oltre il Novecento», in un mondo in cui «nulla è più come prima». Se le cose stanno così, perché occuparsi ancora del secolo scorso come fai nel tuo Volevo la luna?

 

Dal punto di vista del calendario il Novecento è finito da circa un decennio. Ci lascia però di sé memorie indimenticabili. E non solo come saperi nuovi a cui ha spalancato le porte, ma come eventi, tipo di relazioni che hanno coinvolto milioni di esseri umani: in terra, in cielo e nel profondo dei mari. Se ci chiediamo quale sia il cuore di questi cento anni dobbiamo far centro sulla seconda guerra mondiale. Fu un conflitto armato di dimensioni inaudite, che insanguinò l'intero globo e mise in campo nuovi sistemi di arma: provocando non solo cataste di morti, ma anche una mutazione profonda nel modo di essere di milioni di individui e di comunità nei diversi livelli di esperienza. Pensa allo sterminio degli ebrei. L'innovazione fu terribile e produsse conseguenze atroci, sostenute da nuove mostruose teorie dell'essere e dell'esistere. Basti pensare al nazismo: quando l'assassinio di esseri umani inermi si materializzò in forme del tutto nuove e sistematiche: furono inventati i lager, veri santuari dell'uccidere di massa. L'hanno raccontato testi memorabili. Ricordi Se questo è un uomo di Primo Levi? E forse nemmeno le pagine struggenti di quel libro bastano a dire tutto l'orrore di quelle cattedrali del genocidio.

 

Se tu dovessi fissare una data d'inizio della catastrofe che descrivi, quale anno indicheresti?

 

Senza alcun dubbio il luglio del '36: quando l'esercito di Franco dal Sud varca lo stretto di Gibilterra e sbarca in terra di Spagna dando avvio a quella lunga guerra che vedrà opposti il nazifascismo da una parte e - dall'altra parte della barricata - l'Urss e tutto l'antifascismo occidentale. Un lungo, disperato conflitto segnato non solo da urti di eserciti, ma anche da opposte letture del mondo, da cui scaturirono anche indimenticabili scosse della fantasia: pensa al Guernica di Picasso... Quando rifletto su a quegli eventi mi nasce in petto una ribellione, considerando quello che i miei nipoti e bisnipoti ancora oggi studiano a scuola sulla storia degli esseri umani: imparano di Serse e della battaglia di Maratona, ma sull'inaudito del Novecento studiano solo qualche pagina breve. E anche quelle visite guidate ad Auschwitz. come mi sembrano gracili, fredde, di fronte a quella catastrofe d'epoca.

 

Il Novecento mostra dunque in primo luogo un volto di atroce violenza. Da dove scaturì questa inaudita potenza nichilistica?

 

C'è un nome che segna l'epoca: Hitler, di cui Mussolini e il fascismo in fondo furono solo una variante satellitare. E subito balzano alla mente i grandi, tragici antagonisti: Marx, Lenin, Gramsci... e quelle fonti di lettura del mondo su cui a migliaia ci siamo formati ed abbiamo letto il nostro secolo. L'imperialismo porta la guerra come la nube l'uragano: così dicevano i nostri padri. La prima tappa fu la guerra di trincea, tra il '15 e il '18. Venti anni dopo, dalla terra tedesca, l'imperialismo toccava la sua vetta con la guerra hitleriana.

 

In questo quadro l'Italia si direbbe irrilevante, una realtà trascurabile.

 

Per chi ha vissuto in Italia e si è formato nella lotta contro il fascismo italiano questa marginalità sembra inaccettabile. Ma è un dato di fatto. Cruciali furono gli anni Trenta, la guerra di Spagna, poi il fatale autunno del '39... Anni più avanti quando ormai l'urto armato aveva raggiunto la dimensione del mondo, noi italiani avemmo la guerra in casa, e dalla Sicilia essa dilagò in tutta la penisola. Scattò allora un moto di popolo che fu risposta nazionale, dichiarazione d'identità di popolo. Non a caso quel nome che le fu dato - Resistenza - aveva questo significato corale. E quando torno a quello sconvolgente sacrario delle Ardeatine, dinanzi a quella schiera assorta di volti immoti, scatta come un brivido...

 

E le fonti, le origini sono profonde. Forse c'è troppo oblio sull'alto livello raggiunto dello scontro di classe in Italia, già alla fine dell'Ottocento, e a maggior ragione a cavallo della prima guerra mondiale.

 

Sì, quegli inizi nella ardente Val Padana, in lembi della Sicilia... Nel primo Novecento in Italia il conflitto sociale era già bruciante e articolato. E il fascismo incontrò una forte resistenza a livello alto già nei primi anni Venti. Dovette uccidere Matteotti, Giovanni Amendola, Gobetti, poi Gramsci. Non fu un caso. L'antifascismo era il prodotto di una maturazione del movimento operaio di ascendenza mazziniana e anarchica, che maturò sin dalla fine dell'Ottocento. E il movimento operaio e contadino - penso all'Emilia, penso alla Sicilia - allora seminava, vorrei dire, Veducazione all'educazione.

 

Questa vicenda porta a dire che l'Italia è un Paese doppio, si scontrano due Italie.

 

Sì. C'era l'Italia del fascismo, dello squadrismo, della vile violenza di classe. E di fronte però avanzava un'altra Italia, che sperimentava forme inedite di lotta, e anche una lettura radicalmente nuova del mondo. Insisto: ecco perchè quella parola, Resistenza, ha una sua verità profonda. E non scesero in campo solo ristrette avanguardie. Contesto questa lettura. Fu moto di popolo. Risposta nazionale. Ti ricordi l'inizio di quella canzone struggente, «Una mattina mi son svegliato...»? Aveva una sua verità. E sgorgava da una lettura del cammino della nazione secondo una visione del mondo; certo: con un intreccio di culture complesso: dai cattolici, ai liberali, ai rossi, ai socialisti che entrano in scena già dall'ultimo Ottocento... Penso a una famiglia come la mia. Mio padre non era socialista, men che meno comunista. Ma i suoi genitori, i miei nonni, avevano trascorsi mazziniani e garibaldini. Partecipavano di quel robusto ceppo risorgimentale e anarchizzante che aveva radicamento e vaste diramazioni nel corpo sociale: è in tale humus profonda che mette radici il Partito comunista d'Italia, guidato da un gruppo dirigente straordinario - penso a Gramsci, ma anche a Bordiga, a Terracini. E non solo. Nacque da questa Italia anche la resistenza liberale e socialista, di Croce, e dei Gobetti, Rosselli, Lussu…Qui torna il mio assillo: che raccontiamo noi, ai nostri nipoti di quelle vicende? Degli esilii, dei lunghi mesi di confino, delle morti in carcere?

 

Hai parlato sin qui della prima metà del Novecento: come vedi, leggi la seconda?

 

La caduta del nazismo - dopo uno scontro su scala mondiale durato quasi cinque anni - segnò un tornante nella storia. Non dimenticherò mai l'emozione grandissima che provai quando l'ufficiale che comandava il reggimento dell'Esercito di liberazione nel quale ero arruolato radunò la truppa e poi mi chiese di uscire dalle file ed affidò a me - al «sergente rosso», come mi chiamavano - l'incarico di leggere il comunicato che annunciava la capitolazione tedesca, l'esplosione della pace. Cominciava davvero un'altra epoca, e tutto il Paese lo capì senza incertezze. Tornavano i fuoriusciti, gli esiliati, i soldati rientravano in famiglia. Nel Paese c'era fame, ma anche una grande, ansiosa speranza. Certo, quello fu anche il tempo grave delle dure vendette...

 

Come ti apparve quel mondo politico italiano appena uscito dalla guerra? Come e dove riprendesti la tua militanza?

 

Ebbi pochi giorni di sosta e li trascorsi ad ammirare la mia primogenita appena nata. Ma quell'incanto durò poco. Presto il partito mi richiamò al mio posto di lavoro. Ricordo il giorno in cui entrai per la prima volta - facevo allora il giornalista all' Unità - nella Camera dei deputati che fu sin da subito un sito centrale del rinnovamento e divenne presto la sede del dialogo tra le forze democratiche, e anche di urto: luogo di scontro.

 

Che vedevi in quelle aule? Che ti dicevano?

 

Prima di tutto conoscevo i leader della mia parte. Togliatti, tagliente nel giudizio, ma sempre mitigato da un soffio d'ironia. Terracini, freddo nel suo eloquio scolastico. Nenni, oratore straordinario che affascinava l'aula. De Gasperi, antipatico e noioso, ma tenace nel tenere le briglie della matassa democristiana. E poi i giornalisti di spicco, a partire da Vittorio Gorresio, che civettava sottilmente con i comunisti. Fuori ardeva quella capitale, ancora sotto il controllo occhiuto del Vaticano e traversata al contempo da quei filoni della Roma malandrina, che alimentavano il romanzo capitolino e la cronaca nera dei giornali.

 

C'era poi la Roma rossa delle periferie...

 

Sì. Il mondo tumultuante delle periferie che chiedevano pane e lavoro. Centocelle, Torpignattara, il Quadraro. E poi, alle spalle di San Pietro, quei quartieri che finivano quasi per confondersi con Civitavecchia, paese di carceri memorabili, e al tempo stesso di composizione "rossa".

 

Ma in che aveva radici questo mondo rosso che emerge in Italia nel dopoguerra?

 

Questo è un tema su cui non si è lavorato abbastanza, pagando un prezzo pesante alla tesi del Pci appendice di Mosca. Il Pci prese stimoli e suggestioni anche dal socialismo italiano - persino dall'anarchismo... - da filoni locali di pensiero sociale, con singolari combinazioni di municipalismo e universalismo. Insomma il Pci si nutrì degli operai del Nord, degli artigiani del Centro e dei contadini del Sud: accettò la mitologia leninista e fece le marce della pace con Capitini. Mosca non comprese mai questa nostra peculiarità. Togliatti tentò di districarsi in questa difficoltà di rapporti proponendo il "policentrismo", ma Mosca rimase sorda su questo nodo.

 

Il Pci fu uno dei protagonisti della Resistenza italiana e dopo la cacciata dei nazisti divenne rapidamente un partito di massa e uno dei protagonisti della vita politica italiana. Tu sei stato dal 1936, e per tutta una vita, nelle sue file. Puoi dirmi come era quella militanza? A quali regole eravate vincolati?

 

Eravamo vincolati ad una disciplina molto dura, fortemente centralizzata e - finché visse - la dirigenza togliattiana non soggetta a discussione. Quando - attorno al '48-49 - parve che Pietro Secchia puntasse a surrogare quella guida togliattiana, scattò subito una risposta che allontanò Secchia dalla direzione di Botteghe oscure e confermò pienamente la segreteria di Togliatti. E Secchia - non so dire se a torto o a ragione - era allora considerato molto vicino alla dirigenza sovietica. La sconfitta di Secchia ebbe anche l'alone di una riconferma che il Pci guardava a una via italiana, parlamentare, alla rivoluzione democratica: anche se poi nel profondo molti di noi avevano nella mente la sotterranea ma tenace convinzione che in quell'Italia democratica a un certo punto sarebbe scattata la prova dell'urto armato. Ricordo - se penso a quei primi tempi del dopoguerra - come mi portavo dentro l'immagine, la convinzione direi di un momento insurrezionale risolutivo. Forse agiva anche il ricordo mitico dell'assalto al Palazzo d'Inverno tramandatoci dall'epica della rivoluzione bolscevica. E negli angoli remoti della mia mente restava sempre ben fissa l'ipotesi del momento in cui ci saremmo trovati - l'uno di fronte all'altro - noi rivoluzionari e le truppe del grande capitale.

 

Come guardavi, in questa prospettiva, alle forme e agli strumenti della democrazia borghese?

 

Non è che sottovalutassi l'importanza del voto, delle istituzioni rappresentative, del Parlamento. Anzi ricordo la curiosità e speranza che allora, in quell'Italia liberata, c'era nei riguardi di quegli istituti. Tuttavia viveva nella mia fantasia quell'idea direi fisica dell'insurrezione, così inscritta nella storia del leninismo, che era alla fonte della nostra formazione. Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico. Il Parlamento mi appassionava. Dall'altra coltivavo l'attesa della crisi rivoluzionaria, del conflitto politico che si fa urto di massa nelle piazze. Poi naturalmente, a partire dagli anni Cinquanta, quella lettura ingenua venne via via accantonata. E credo che un impulso al superamento di fantasie e ingenuità mitiche sia venuto proprio dall'organizzarsi del mondo operaio, dal moltiplicarsi e consolidarsi delle sue strutture. Il sindacato, di sicuro; ma non soltanto il sindacato. Forse troppo spesso si dimentica - o si sottovaluta - il ruolo svolto dai Comuni "rossi", grandi e piccoli, e l'influenza che sulle vicende e sulle fortune del Partito comunista ebbe la trama delle sue presenze nelle città. Alludo alla rete fitta di piccoli e medi centri che segnava regioni come la Toscana, l'Umbria, l'Emilia, fasce della Val Padana....

 

In effetti è un tema scarsamente discusso, sul quale vale la pena di soffermarsi.

 

In Italia non aveva avuto ancora attuazione l'istituto regionale, e in luogo delle Regioni presero molto vigore Comuni e Province. Alla guida di questi centri istituzionali, nel ruolo di sindaci e di assessori, andò un quadro di militanti comunisti, spesso assai giovani Si erano formati nelle lotte dure e trascinanti della Resistenza, e portavano dentro di sé le passioni di quell'epoca: insieme con le grandi speranze della giovinezza e la forte sete del fare. Ho visto lavorare alcuni di questi sindaci o assessori in modo serrato: da mattina a notte fonda, operando e decidendo, persino nel corso delle camminate serali per le vie cittadine. In quella trama così italiana di realtà urbane, di piccole capitali locali (così le chiamerei...), l'amministrare diveniva un fare politico che orientava, educava, trascinava masse. E aiutava anche la crescita del sindacato: quell'antica forma del fare politico che aveva radici così profonde, prima di tutto nell'Italia centrale...

 

Nasce allora - o quanto meno allora si consolida - la specificità di quella che siamo soliti chiamare l'«Italia rossa».

 

È così. Il Pci - in quelle zone - fu attore e promotore di straordinarie esperienze di crescita democratica e civile che a un certo punto trovarono una rappresentazione singolare persino in un film reazionario (alludo alla saga guareschiana di Peppone e don Camillo). Non è un caso che negli anni che seguirono alcuni di quei sindaci rossi siano divenuti anche figure e dirigenti nazionali. Penso a Petroselli e ad Argan, a Zangheri e a Valenzi, allo stesso Novelli e a molti altri. Quell'esperienza - che ho incontrato personalmente girando l'Italia - è stata a mio avviso una parte grande della battaglia politica del Pci. Certo, partecipando a quell'esperienza civile mi sono spesso chiesto se quel che vedevo sorgere da quell’ agire stesse ancora dentro i confini di una civiltà borghese avanzata o rappresentasse già un germe di società socialista. E sempre la risposta era che non potevo ingannare me stesso: eravamo su una soglia incerta e sapevo che a un certo punto sarebbe venuto lo scontro diretto, la prova di cui ti parlavo. E così all'urto dentro la fabbrica fordista fra padroni e operai si mescolò l'agire sul potere pubblico, e lo scontro-incontro fra soggetti politici che poi aveva ripercussioni accese dentro le aule del Parlamento e quindi ai vertici delle istituzioni. Da questo intreccio fra predicazione e azione veniva anche una fitta, corposa verifica sul campo, che scatenava anche aspre manifestazioni di piazza, sottoposte a durissime, selvagge repressioni da parte della polizia scelbiana. Quanti morti assassinati dalla polizia dovemmo piangere in quegli anni durissimi, quanti prezzi umani pagammo ...

 

Hai ricordato il Peppone di Guareschi, la caricatura del comunista dogmatico che vive di miti, a cominciare dal mito di Stalin e dell'Urss. Che cos'era per te allora l'Unione Sovietica?

 

Per me, ma più in generale per il mio partito in quel dopoguerra, quello con l'Unione Sovietica, simbolo della rivoluzione, fu un rapporto fondante, ma anche complesso e difficile, nel quale si trattava di ricreare sempre di nuovo l'equilibrio tra il dialogo (non privo di elementi di subordinazione) e l'autonomia, di cui noi avvertivamo un bisogno sempre più forte. Sin dagli anni Quaranta scattò una difficoltà. Lo ždanovismo imperante in quegli anni a Mosca era quanto di più estraneo alla nostra cultura e mentalità. Dopo il '56 Togliatti cercò di concretizzare l'istanza di autonomia, sempre più forte nelle nostre file, con un ipotesi di policentrismo che Togliatti ostinatamente - e senza fortuna - propose a Mosca. Non si poteva e non si doveva rompere con l'Urss, ma occorreva al tempo stesso salvaguardare una nostra sfera di libera iniziativa e di autonomia, a noi necessaria come il pane. Il decennio degli aspri Sessanta - fino alla morte di Togliatti e alla repressione della Primavera di Praga - si consumò nella ricerca di questo difficile equilibrio. Praga decise: duramente e negativamente. Fu un evento amarissimo, e per me una tragedia. Qui tocchiamo un nodo cruciale della vita del Pci. Noi nasciamo ed avanziamo sulla scena europea con un vincolo stretto col sovietismo quale modello e quale guida in campo. Al tempo stesso cerchiamo un altro sentiero. E questa complessità ci darà pena e gloria. Anni più tardi alcuni della nostra parte chiamarono in discussione Stalin e lo stalinismo, ed anche io - nei miei modi - fui tra questi. Poi dovetti avvedermi che si trattava di ridiscutere anche Lenin. Ma Mosca per noi rimase ancora a lungo patria e travaglio. Trovo tuttavia sciocco l'anticomunismo - di tanta parte della borghesia italiana e del mondo cattolico - che inchiodava il Pci all'immagine di satellite sovietico.

 

Nondimeno, il nodo dei rapporti tra il Pci e l'Urss rimane rilevante, anche sul terreno storiografico. In che termini ti sembra di poterlo riassumere?

 

Se ripenso a quegli anni, l'aspetto che più mi colpisce è proprio quella nostra incessante ricerca di autonomia. In questa luce il Pci fu un tentativo originale, nettamente diverso da altri partiti comunisti. Solo i reazionari possono blaterare di un Pci satellite. Non lo fummo, e in modo netto, almeno dagli anni Sessanta in poi. E negli anni Ottanta la crisi dei rapporti con l'Urss divenne totale e irreversibile. Ricordo un episodio emblematico. Nel 1980 Berlinguer avrebbe dovuto recarsi in Corea del Nord, e ciò lo avrebbe costretto a passare per Mosca, anche perché i dirigenti del Pcus insistevano per un incontro, dopo le nostre critiche aperte e amare all'intervento sovietico in Afghanistan. Berlinguer invece non voleva quel viaggio e mandò me al suo posto. Mi chiamò e mi disse: «vai tu, perché se vado io, qualunque cosa poi io dica o faccia, la stampa borghese italiana sosterrà che ci siamo allineati agli ordini di Mosca». Compresi ed accettai. L'indomani stesso partii per la capitale sovietica. Nella mia autobiografia racconto quel mio incontro con due alti burocrati del Pcus, Ponomarëv e Zagladin, e come fra di noi sin dalla prima battuta emerse una divergenza insanabile. Io ne trassi subito ragione per mettere fine a quell'incontro. Poche ore dopo ero sull'aereo che mi avrebbe portato in Corea del Nord. Qui il mio soggiorno, nell'attesa di incontrare Kim Il Sung, durò più a lungo del previsto. Trascorsi quei giorni in solitudine in una villa alla periferia della capitale, con qualche rapido viaggio fra ghiacci luminosi, enormi silenzi e sterminate curve di cielo. Quando un giorno al tramonto incontrai quel solitario imperatore comunista discorremmo dei difficili percorsi del comunismo. Poi l'imperatore si ritrasse nelle sue stanze.

 

Quello scontro con Mosca ebbe ripercussioni nella vita del Partito?

 

Non direi. Ormai nelle file del Pci la riserva e il dissenso rispetto alle posizioni sovietiche erano forti e diffusi. Allora però

Io avevo forti dubbi sulla linea di Enrico, segnata da una passione etica che non diveniva proposta politica concreta contro l'infausto blocco Forlani-Craxi, chiaramente attestato su una linea moderata e anche sospetta di intrighi e scorrettezze. In quegli anni convulsi noi ci staccammo da Mosca, anche materialmente, ma non fummo all'altezza di quella crisi del movimento comunista, che maturava già dagli anni Settanta. Restammo soli, senza saper tradurre pienamente quella rottura ormai piena con Mosca in una innovazione dirompente e una nuova trama di alleanze in Europa. Io sentivo il bisogno di un'analisi nuova soprattutto della vicenda borghese mondiale ormai orientata - anche in Italia - verso un aspro attacco della destra alle conquiste raggiunte dai sindacati sul finire degli anni Sessanta. Era già partita l'iniziativa conservatrice di Gianni Agnelli e già ormai s'avvertiva nel mondo la nuova ondata neoliberista che sarebbe sfociata nel blocco anglo-americano Reagan-Thatcher. Io volevo riflettere sulla svolta conservatrice ormai dilagante in Occidente. Per questo dissi di no alla proposta che mi fu fatta di tornare alla presidenza della Camera. Allora le pressioni dall'interno del Partito furono forti. Ricordo uno scontro durissimo in direzione con Ugo Pecchioli, che ebbe parole aspre per quella mia "indisciplina". Ma io sentivo il bisogno di riflettere. Dicevo a me stesso: «debbo, dobbiamo ripensare tutto, compresi i "sacri testi"». Accumulavamo ritardi, mentre la crisi del mondo comunista si aggravava. Poi d'improvviso venne la morte di Berlinguer…..

 

Sì, un evento che, col passare del tempo, appare sempre più tragicamente decisivo: uno di quegli accadimenti se vogliamo accidentali che si rivelano tuttavia determinanti.

 

Fu per il Partito una vicenda sconvolgente. Enrico crollò fulmineamente a terra da una tribunetta da cui stava parlando a Padova. E poi giacque per una settimana in un letto d'ospedale camminando verso la morte senza più riprendere parola. Fui al suo fianco in quei giorni, amico ammutolito e disperato. Venne anche Pertini. Poi sopraggiunse la morte di quell'essere senza più voce. E la salma partì per la capitale, salutata ad ogni stazione da masse di gente in lacrime, sino a quell'infinita piazza San Giovanni dove approdò l'enorme corteo che accompagnò il feretro. E a salutarlo alla camera ardente allestita a Botteghe Oscure venne - con nostra sorpresa - anche un conservatore di razza come Guido Carli. Tale era il mondo a cui parlava- ancora in quell'anno- il Pci. Io continuavo ad interrogarmi senza trovare risposte. M'era ormai dolorosamente chiaro l'autoritarismo sovietico e la necessità di discutere anche Lenin. Girando Austria, Germania e Scandinavia tentavo di capire la sete di riscatto che muoveva le nuove lotte sociali in quella parte d'Europa. Cercavo insomma lumi nelle vicende della socialdemocrazia europea. Ma la riscossa dell'alta borghesia occidentale era già partita...

 

A quali conclusioni ti ha condotto la riflessione sulla crisi del movimento comunista?

 

Il Novecento è stato un secolo straordinario. Come dicevo, non condivido la tesi che lo riduce a una ininterrotta sequenza di tragedie. Il soggetto comunista raggiunse traguardi incredibili. E tuttavia dentro di me cresceva - in modo sempre più aspro - un dissenso su un nodo di fondo. Io lo chiamavo il diritto al dubbio. Ma era un modo prudente - forse troppo - di sollevare una questione di libertà fondamentale. Approdavo a una lettura del soggetto umano, che alla fine feriva tutto il sistema sovietico e non solo lo stalinismo. Anche in Italia abbiamo lottato e ottenuto grandi vittorie con le masse e per le masse, orientando la vita di una trama di città, penetrando in roccaforti del grande capitale come la Fiat. Ma il movimento comunista ha scontato limiti ed errori pesanti nella costruzione del soggetto, della sua polimorfa concretezza e della sua interiore libertà. E questo limite aspro ha influito anche sulla sostanza della grande partecipazione alla politica che, pure, abbiamo saputo promuovere. Il Pci insomma fu un attore politico, in cui si discuteva appassionatamente e si cercava insieme: nelle sezioni, nelle organizzazioni di massa, nei luoghi della società civile, con sete, ardore di comunicazione, ma con una pesante difficoltà a misurarsi con la dialettica interna del soggetto e a lasciarsene investire. Fu un limite che già negli anni della mia prima militanza mi parve grave. Oggi vi scorgo la principale radice della nostra sconfitta. Vedo due punti su cui è precipitata fatalmente la nostra crisi. Il primo: la resistenza alla pratica del dubbio. Non solo alla sua legittimità, ma alla sua fecondità. Il secondo nodo su cui fallimmo fu la sconfitta dell'ipotesi policentrista di Togliatti, e infine la fatica che facemmo nel dar corpo all'indipendenza da Mosca. La nostra sconfitta e la vittoria della destra maturarono - a mio avviso - proprio su questo nodo costitutivo: sul campo dei diritti di libertà, che noi rivendicammo con forza nella vita civile e nei luoghi di lavoro e nelle città, ma a cui non riconoscemmo forza e valore fecondante nella vita del soggetto politico. E invece la destra ha affrontato questo tema e lo ha esaltato in chiave individualistica, imponendo la propria egemonia ideologica prima di tutto mediante un uso padronale della rete della comunicazione di massa. Voci, volti, storie che 24 ore su 24 entrano nelle case degli italiani e dispiegano una potenza sottile e inaudita. Pensa a questa nostra conversazione: quanti la leggeranno? Quanti saranno raggiunti da queste riflessioni? E invece l'avversario comunica tutto il giorno a milioni e milioni di persone, plasmando menti, informando discorsi e volontà. E s'impadronisce  dell'immaginario. Quand'ero ragazzo, si leggevano i romanzi d'appendice, Carolina Invernizio e Sandokan e il libro Cuore. Anche allora si trattava di strumenti egemonici, ma oggi lo strumentario è incomparabilmente più sofisticato e pervasivo. Riesce a determinare i modi di pensare. L'etica e la sessualità, l'idea della politica e l'immagine del benessere materiale. Qui, credo, incontriamo tanta parte dei percorsi con cui si determinano oggi le alte percentuali di consenso a Berlusconi.

 

Forse proprio questo è un segno dei tempi. Forse c'è un gioco di rispecchiamento tra la volgarità del capo e quella di un Paese che lo sceglie, lo sostiene, e in lui si riconosce. Ma in tutto questo noi possiamo chiamarci fuori? Non credi che rechiamo anche noi - intendo noi forze della sinistra - gravi responsabilità?

 

Non ho dubbi al riguardo. E tuttavia il Partito comunista fu anche una grande scuola, un vasto luogo di alfabetizzazione di massa. Ho in mente prima di tutto la rete di sezioni del partito, che era sorta in modo largo in Italia, ed era una trama viva di incontro umano: in cui si decideva l'agire, ma anche si confrontavano le idee sul mondo, gli alfabeti culturali. Funzionava anche la tradizione orale e si realizzava la continuità - di generazione in generazione - di una cultura e di un pensiero. La compattezza e la tenuta del soggetto di massa erano costruite e conservate con estrema cura. Dai luoghi di lavoro alle sezioni del Partito, funzionava una rete fitta e vitale di discussione e di socializzazione. E persino, vorrei dire, di ritualità condivise. La grande, aspra impresa stava però nel realizzare questa forza e vitalità collettiva e insieme la ricchezza del dubbio, della ricerca: nella varianza della vita. Se dovessi dire in una frase ciò che mi assilla risponderei: come realizzare la ricchezza e la libertà della ricerca, e al tempo stesso la compattezza nello scontro di classe, nella lotta quotidiana di liberazione. La fecondità del dubbio e la compattezza nella lotta.

 

Le elezioni di questo giugno hanno visto una dura sconfitta della sinistra di classe nelle sue varie e frantumate sigle. E da dove viene questa dura sconfitta? Quali eventi o errori ci hanno portato a questo brutto esito?

 

Prima di tutto la frantumazione delle forze. Vedi: in certi momenti ci siamo spaccati in modo addirittura assurdo… Persino con un'ammucchiata ridicola di sigle. Se guardo agli anni delle grandi vittorie - penso in particolare alle battaglie fantastiche degli anni Sessanta - trovo nelle file della sinistra differenze marcate di pensiero e di linea. Ma insieme una forte unità d'azione, poggiata su una riflessione condivisa: anche venendo da sistemi di pensiero diversi. Pensa a come lavoravano insieme due figure così diverse come Bruno Trentin e Pierre Carniti… Stavolta anche un soggetto come Rifondazione si è spaccato in due come una mela. E secondo me non c'è stata solo divisione nel voto, ma distacco, frattura nella ricerca teorica, nella educazione culturale. E del resto messaggi non buoni vengono anche da più parti d'Europa. Ma non voglio cadere in un quadro troppo cupo. Di là dall'Atlantico viene un segnale diverso.

 

Pensi ad Obama?

 

Non so ancora qual è la lettura sociale del suo tempo che egli ha in mente. Speriamo. Io credo fortemente nella fecondità della speranza, anche se debbo dirti che proprio non mi è piaciuto come si è mosso qualche giorno fa, in occasione del G8 de L'Aquila. Ad ogni modo, vedremo quali iniziative questo leader nero riuscirà a sviluppare dinanzi allo scuotimento drammatico che è in atto ancora una volta in Medio oriente: l'Iran prima di tutto, che brucia di nuovo. Io sento che qui si presenta un grande compito, ma anche un nuovo spazio per le prossime generazioni. Penso a coloro che hanno oggi vent'anni: femmine e maschi, e al domani di continenti enormi come l'Africa, tutta da riscattare. Anzi, direi: da liberare. La crisi mondiale è una prova durissima. Ma è anche una sfida alla capacità creativa di quelli che ora hanno appena vent'anni. Penso ai miei nipoti…




 
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