Persona e politica - Mario Tronti - 30 marzo 2010
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Parlano di lui

Persona e Politica

 

 

            Signor Presidente della Repubblica,

            Signor Presidente della Camera dei Deputati,

            Onorevoli parlamentari

            cari amici di Pietro Ingrao.

            carissimi suoi famigliari,

 

Persona e politica è tema scelto esattamente in onore di Pietro Ingrao.

Per due ragioni. Perché la sua figura dà rappresentazione, in positivo, di questo problema. E perché il passaggio nostro contemporaneo ci consegna, di questo stesso problema, un cammino che, direi, di devianza. Il nostro discorso si muoverà tra queste due dimensioni. E’diventata una formula quasi banale, quella che recita: crisi della politica. Mi pare interessante declinare dentro la crisi della politica,  la crisi della soggettività politica. In questione è l’individualità politica singola, i modi della sua azione, ma anche della sua formazione, della sua crescita, delle motivazioni che sono all’origine e delle finalità che ci si propone. E’ stata salutata con grida di giubilo la fine delle grandi narrazioni ideologiche. Credo sia venuto il momento di fermarci a riflettere sugli esiti di questo processo.

 

I processi storici sono sempre ambigui, doppi, a volte multipli, spesso indecisi. Gli errori recenti di lettura sono stati, secondo me, di due tipi, tra loro complementari. L’uno, aver concepito una storia univoca, unidirezionale, lineare, l’altro, di averla concepita come sicuramente progressiva, trionfalmente in marcia inarrestabile verso il meglio Il fallimento degli storicismi, sia di quello idealista che di quello materialista, è sotto gli occhi di tutti.

E tuttavia, si resiste a prenderne atto. E si capisce perché. Questa presa d’atto impegna ad una riflessione forte sul presente, critica, lucida, francamente e consapevolmente disillusa.

 

E’ indubbio che, negli ultimi tre decenni, si sia realizzato un processo di liberazione: da gabbie ideologiche rigide, da appartenenze dogmatiche,  da chiusure reciproche, da reciproci disconoscimenti. Altrettanto indubbio che la caduta di punti di riferimento saldi, chiari,  riconoscibili e riconosciuti, a livello di idee generali,  abbia prodotto uno sbandamento, una perdita di orientamento,  un crollo di tensione interna, appunto, alla persona direttamente implicata nell’agire politico. Mi sono chiesto, mi chiedo, senza ancora una risposta convincente:

dov’è il prius, che cosa viene prima,  la caduta di questa tensione nelle entità collettive,

nei partiti, ma più in grande, nelle nazioni, negli Stati oppure nei soggetti singoli, nelle individualità, nelle persone, come si dice, in carne ed ossa. E badate, non parlo di tensione etica, o almeno non solo di quella. Parlo di interiore tensione politica.  E’ quando cade questa, che sale la deriva etica. Quindi non è problema solo di corruzione.

Sono convinto che i fenomeni di corruzione individuale siano consistenti, ma anche marginali nel mondo politico. Non bisogna concedere nulla a quelle pericolose generalizzazioni,  che finiscono per alimentare torbide pulsioni antipolitiche, contro cui la lotta deve essere senza quartiere.

 

Parlo di una generalità di singole individualità,  che non trovano più nella politica il gusto delle grandi alternative, quelle di fondo: come si sta in società, come si gestiscono le istituzioni, di che idea del mondo e della vita, e dell’essere uomo o dell’essere donna, sono io, insieme ai miei, portatore o portatrice. Ecco perché persona e politica.

E perché nell’occasione di una giornata in onore di Pietro Ingrao. 

Ingrao appartiene alla nostra Gründerzeit, all’età dei fondatori della Repubblica. Uomini – lo dicemmo per i suoi novant’anni – gettati nella politica dalla storia. Questa espressione, “gettati”, richiama i termini di una filosofia dell’esistenza.

Sì, perché persona e politica è una dimensione che si colloca, che va collocata, tra esistenza e storia.

Una condizione del vissuto che il Novecento ha portato alle più alte forme. E certo, questo implica, ha implicato, un’irruzione del tragico nel politico.  Sembra che solo quando davanti all’esistenza dei singoli, e dei popoli,  si apre la finestra della grande storia, solo allora, la persona è portata a implicarsi con il mondo secondo un principio di responsabilità, è costretta a uscire da sé, a superarsi, in qualche modo a trascendersi.

La politica come “scelta di vita” è dunque irrimediabilmente  legata al tragico della storia?

Ecco un punto che dobbiamo considerare.  Come è possibile sollevare in alto la scelta personale della politica senza una costringente motivazione storica?

Io credo che una via può essere quella di tornare a motivare  le ragioni della politica, le ragioni di fondo, quelle che attengono allora alla decisione interiore della persona.

Chi decide di dedicare la vita alla politica deve ripartire da sé, per rubare una formula al femminismo della differenza.

Ma, ecco, un sé che non sia la singolarità, ma qualcosa che la supera.

Rimotivare le ragioni di fondo della politica vuol dire rimetterne in gioco  il senso, ma anche i modi, le forme, i princìpi, le mète.

La bellezza della politica è di avere di fronte a sé, insormontabile, un ostacolo, appunto, da sormontare.

Ingrao è poeta. La tonalità di questo discorso, come state ascoltando, ne tiene conto.

Voglio dedicare a Pietro una suggestione, derivante, tra l’altro,  dal fatto che conosco la sua sensibilità al fascino delle Scritture.

Ci siamo ritrovati all’Eremo camaldolese di Monte Giove, a leggerle e rileggerle, insieme, in dialoghi sacri con la persona  - ecco, sì, “una persona” - indimenticabile come Padre Benedetto Calati.

La politica è sempre la lotta di Giacobbe con l’Angelo.

E’ il racconto di Gn 32, 22-33, su cui tanta grande arte figurativa si è cimentata. Quella notte, presso il guado del fiume Jabbok, << Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora >>.

Un mistero chi fosse quell’uomo, un angelo, forse lo stesso Dio. E fu scontro e abbraccio, e fu la ferita per Giacobbe ( “zoppicava all’anca” )  e alla fine la benedizione da parte del misterioso personaggio.

<< Perché ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva >>.

 

Vedere faccia a faccia l’immane compito che la politica ha di fronte a sé: come tenere insieme gli individui in società, gli individui moderni, che hanno imparato dalla modernità a voler essere ognuno un mondo a sé.

Come conciliare lo scontro, cioè il conflitto, con l’abbraccio, cioè con la mediazione. Come far convivere fruttuosamente, per una crescita personale comune, la competizione sul mercato con la relazione nello Stato?

Il pensiero politico moderno di questo ha trattato, da Machiavelli a Weber, e oltre. Il Novecento ha tirato la corda di questo problema fino a spezzarla.  Ma quello fu il momento, quello stato d’eccezione lì,  l’ultima volta in cui questo problema fu trattato in grande.

Guardiamoci da questa mediocre reazione antinovecentesca, che si è fatta, che è stata fatta, senso comune intellettuale di massa, ricolmo di chiacchiera e vuoto di pensiero.

La rimozione del passato è alla radice di tutti gli incubi del presente.

Novecento, maestro di vita.

Non c’è secolo che abbia insegnato di più agli uomini di buona volontà. Noi che lo abbiamo attraversato, sappiamo adesso praticamente tutto: ciò che non si può fare, ciò che non si deve fare

e come accortamente bisogna allora operare con sobrietà intelligente.

Sul nostro tema il percorso è chiarissimo.

Malgrado il personalismo, che indicava  una via esattamente contraria, man mano che il secolo declinava la sua volontà di potenza, lì, si è compiuto il passaggio, la deriva, dalla persona alla personalità.

I due esperimenti contrapposti, la nazionalizzazione delle masse da un lato, la socializzazione delle masse dall’altro, hanno generato un figlio unico, la personalità autoritaria.

I francofortesi, Adorno e la sua scuola, ci hanno illuminato su questa figura. Ma se guardiamo ad oggi, scorgiamo un fenomeno, in modo inquietante, analogo. I due schieramenti politici che, confusamente e, a mio parere, banalmente  si confrontano e si contrappongono, non solo in Italia, ma in Europa e in Occidente,  finiscono per produrre quell’effetto comune, che è la personalità democratica.

Produrre e riprodurre, perché in questo caso la differenza è nel continuo ricambio. Ma questa è una caratteristica del nostro tempo, che ci condanna, e ci abitua, alla rapida obsolescenza del prodotto di consumo. Rapidamente si consumano effimere personalità, che non riescono ad assumere un carattere carismatico, per difetto di durata e per inconsistente qualità.

Sta di fatto che personalità autoritaria e personalità democratica, indipendentemente dal fatto che il meccanismo di investitura  sia imposto dall’alto o legittimato dal basso, producono lo stesso rapporto verticale tra personalità politica e volontà popolare.

Questa verticalizzazione, al contrario di quanto comunemente si pensa, non genera governabilità. Decisione e democrazia è il grande problema dei sistemi politici contemporanei. Chi decide, e come si decide, non nello stato d’eccezione, ma nello stato normale. Chi decide nello stato normale è il sovrano, o meglio la sovranità, non buona ma giusta.

 

La democrazia personale populista è una democrazia non governante, perché tutta spesa, tutta consumata nella cattura di un consenso generalista, a cui il capo è sostanzialmente subalterno. Il pericolo oggi, quindi, non è la possibile pulsione autoritaria della singola personalità. Il pericolo è questa semplificazione tecnica della complessità sociale. Il primato dei marchingegni elettorali sulle soluzioni politiche è uno dei tanti luoghi, badate, in cui la tecnica esercita un primato sulla stessa politica.

La stratificazione complessa delle società attuali non si lascia imprigionare in un semplificato rapporto verticale della rappresentanza. Ne va appunto del governo effettuale, del governo effettualmente politico, che finisce, esso, come accade sotto i nostri occhi, a non funzionare.

Mi rendo conto che, per l’occasione di oggi, un discorso come questo  può sembrare una forzatura.

Ma mi sento autorizzato a farlo per un motivo preciso. Ingrao è stato a lungo, come Presidente della Camera, ma anche come dirigente di partito, punto di riferimento di quella rivendicazione che andava sotto il titolo di centralità del Parlamento.

Ma ecco il punto.

La personalizzazione della politica è un derivato, malato, dell’attuale condizione. Dalla persona alla personalità alla personalizzazione:  ecco la deriva postnovecentesca della politica.

Il concetto di persona, nella personalizzazione, regredisce al suo significato  primigenio,quello latino, non a caso proprio del luogo del teatro, “maschera”: e spesso, come la maschera della favola, “bella a vedersi, ma senza cervello”.

A me pare che si possa vedere nel fenomeno anche qualcosa di più. La personalizzazione della politica va letta come l’esito ultimo del processo di lunga durata dell’individualismo moderno, nelle sue estremizzazioni e nei suoi settarismi volgarmente post-moderni.

Ed è metafora eloquente di quella processuale occupazione privata dello spazio pubblico. Non a caso la personalizzazione della politica ha avuto il massimo della diffusione, dall’alto al basso del sistema politico e fino alle amministrazioni locali,  nel trentennio caratterizzato dalla fase neoliberista del capitalismo. Ormai il mercato politico si muove con le stesse leggi del mercato economico, come aveva a suo tempo intuito il genio di Schumpeter.

Si finisce per perdere così l’essenza del politico e la differenza del pubblico, che è differenza della società politica rispetto alla cosiddetta società civile, quella orizzontalità del rapporto, che non vede al centro il competere,  ma al centro lo stare insieme, in vista di un compito comune.

Questa orizzontalità, abbiamo già detto che certo deve esprimere poi un punto di decisione che, per me, è sempre meno un punto di potere e sempre più un punto di autorità. Importante è non partire dalla personalità, ma arrivarvi. E’ il problema, eterno, dei modi, delle forme, politiche e istituzionali, in cui, appunto, la potestas legale  sa farsi riconoscere,  sa farsi legittimare, come auctoritas.

Per far questo è però essenziale tener fermo il punto discriminante. Solidarity for ever dicevano le canzoni degli operai americani,  immigrati da tante altre nazioni. E’ infatti nella esperienza storica del movimento operaio che ritroviamo  questo senso, questo segno, della superiorità etica

del collegiale, del collettivo, del comune.

La persona quindi, non l’individuo.

La persona è quello che l’individuo non potrà mai essere: legge soggettiva dell’esistenza e legge spirituale della libertà. Realizzazione dell’ideale kantiano dell’autolegislazione dell’essere umano.

 

Come la modernità è stata occupata dal modo capitalistico di produzione e di scambio, così il soggetto moderno è stato occupato  dalla figura dell’homo oeconomicus. 

La persona, al contrario, è sostanzialmente homo politicus. Però questa formula - homo - risulta oggi largamente insufficiente. Persona è concetto capace di tenere, dentro di sé,  la differenza del maschile e del femminile,  differenza che bisogna assolutamente conquistare e trattenere.  Mai la persona può essere soggetto neutro, come di fatto è l’individuo.

Potremmo dire allora che persona è soggetto politico. Qui c’è diversità rispetto al personalismo che privilegiava il soggetto sociale. Diciamo, allora, più Maritain che Mounier.

 

Badate, non sto dicendo granché di nuovo.

Riporto alla luce reperti che il tempo ha sotterrato sotto cumuli di cattiva terra. Il problema, comune ad ambedue gli schieramenti alternativi, non è dato dai nuovi inizi, che hanno offerto pessima prova di sé,  ma dal dove ripartire, da quale momento di ciò che è trascorso invano.

Diceva Benjamin: << In ogni epoca bisogna tentare di strappare  la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla >>.

Si tratta tutt’altro che di prendere atto della fine della storia, secondo lo sguaiato consiglio dei più improbabili dei filosofi, quelli nippo-americani. Si tratta semmai, al contrario, di mettere fine a quella post-histoire,  di cui ci parlò per primo Kojève, non a caso alla fine degli anni Trenta e non a caso commentando genialmente la Fenomenologia dello spirito di Hegel.

Concludendo.

E’ ovvio che i novantacinque anni di Pietro Ingrao non potevano che  provocare la tentazione di questo “balzo di tigre nel passato”.

Un ultimo omaggio. Ingrao è stato spesso accusato di astrattezza, di propensione alla progettualità e disattenzione per l’effetualità. Non ha detto del resto, raccontando di sé: volevo la luna?

E allora, Jacob Taubes, questo intelligentissimo rabbino, tedesco in Francia,  che diceva di sé di essere un “apocalittico della rivoluzione”.

Citazione: << In un bel saggio Sull’ideale Chesterton dice che per risanare la nostra epoca malata e confusa non c’è affatto bisogno del grande pratico, che tutto il mondo richiede, ma del grande ideologo >>. E riporta appunto le parole di Chesterton:

<< Il pratico è un uomo abituato alla quotidianità, al modo in cui le cose funzionano di solito. Ma quando le cose non vanno, allora c’è bisogno del pensatore, dell’uomo che possiede una qualche dottrina sul perché le cose solitamente funzionano. E’ ingiusto suonare il violino mentre Roma brucia, ma è del tutto legittimo studiare la teoria dell’idraulica, mentre Roma brucia >>.

 

Caro Pietro, siamo così abituati a vederti e a sentirti tra noi,

che ti preghiamo, ti auguriamo

di accompagnarci ancora per un buon tratto di strada.

 

 

 
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