Ingrao e il CRS - Giuseppe Cotturri - ottobre 2007
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Parlano di lui
Indice
Ingrao e il CRS - Giuseppe Cotturri - ottobre 2007
1 - Gli occhiali del tempo
2 - Le prime formulazioni del tema dell'autonomia della ricerca
3 - PCI e intellettuali tra XV e XVI Congresso
4 - Confronto in Europa
5 - La giustizia
6 - Opporsi alla guerra
7 - Il CRS diventa associazione
8 - La proposta di governo costituente
9 - La fine del decennio
10 - La riduzione del cambiamento di sistema a questione elettorale
Tutte le pagine

Ingrao e il CRS (1979-1993)

Ricerca di autonomia e processo costituente

di Giuseppe Cotturri

 

 

 

Premessa

Pietro Ingrao ha posto un limite temporale al racconto severo, e intenso, dei ricordi, emozioni, pensieri e dubbi, che hanno segnato la sua vita1. Si è arrestato ai giorni dell'assassinio di Moro, nel '78. L'anno successivo, dopo elezioni che videro un calo del PCI, non accettò di essere riproposto alla Presidenza della Camera, come vo­leva la Direzione del partito. Duramente attaccato per questo, tenne ferma la scelta di studiare nel CRS, che aveva già diretto per poco più di un anno, prima del '76. Dal '79 inizia quindi un altro ciclo della sua esperienza, lungo fino al '93, e non meno rilevante. Da quella postazione infatti, benché appartata, egli ha esercitato una influenza forse anche maggiore di quella avuta in ogni altra fase. Non solo i comunisti italiani, né solo militanti della sinistra guardarono al «Centro studi di Ingrao», ma cattolici e persone senza partito, ambientalisti e pacifisti, e importanti gruppi politico-intellettuali europei.

È un percorso rilevante dunque, non soltanto per decifrare il ruolo e il peso di una figura così particolare di dirigente comunista. Ma anche per intendere, restando all'Italia, come parte non piccola di due generazioni di democratici - quella formata negli anni del disgelo costituzionale e del centrosinistra, e quella che nel '68 era ancora a scuola o all'università - nei decenni successivi abbia immaginato e lottato per allargamenti e riforme della democrazia2. Tali generazioni uscivano dalle serrate vicende del decennio Settanta con accumulo compulsivo di entusiasmi e frustrazioni: ritiro americano dal Vietnam, crisi petrolifera, lotte referendarie per divorzio e aborto, Statuto dei lavoratori e lotte in fabbrica, partecipazione nelle scuole e nei quartieri, decentramento dello Stato e Regioni, chiusura dei manicomi, istituzione del servizio sanitario nazionale - e insieme «emergenza» terroristica, fallimento della «solidarietà nazionale», riflusso3. Direi che gli anni Ottanta, per quelli che non si lasciarono passivizzare e disperdere, furono vissuti con la acuta percezione che, a causa anche dei limiti sperimentati delle spinte partecipative, la ricerca dovesse traguardare l'esistente. I più impazienti misero i loro pensieri sotto il segno dell'oltre.

Questo nuovo ciclo di esperienze avvenne nel segno di una crescente autonomia, dapprima rivendicata ma poi concretamente esercitata. Quello infatti fu un terreno di incontro, tra Ingrao e quelle generazioni, anche se all'interno del CRS ci furono significati e gradi diversi di convincimento e speranza in tale prospettiva4. Fu in quell'ambiente comunque che si manifestò un tratto essenziale del sommovimento profondo della fase: si era dinanzi allo «stato nascente» di un altro sistema politico-sociale. Nei vecchi ordinamenti liberaldemocratici scorreva a tratti un magma nuovo. L'Italia da questo punto di vista non era caso a sé. Ma certo per molti aspetti fu manifestazione precoce di tensioni irriducibili. Nel CRS autonomia di ricerca e tema costituente furono così manifestazione e sperimentazione diretta dell'enormità di quanto stava emergendo.



Note

1 P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006.

2 Col regalo delle sue carte al CRS, è Ingrao stesso che sollecita a intraprendere ri­cerche di questo tipo. L'impulso del resto ha dato occasione a un progetto, su cui vedi M. Tronti, Introduzione del volume L'Archivio di Pietro Ingrao. Guida alle carte del Centro dì studi e iniziative per la riforma dello Stato, a cura di L. Benadusi e G. Cerchia, Ediesse, Roma 2006, p. 10. I saggi introduttivi dei due curatori costituiscono i primi risultati di questa linea di lavoro.

3 Sugli anni Settanta in Italia è ancora poco rilevante la ricerca storiografica. I con­tributi promossi da istituti vicini alle maggiori forze politiche del tempo risentono di tale vicinanza (vedi ad es. i quattro volumi della ricerca L'Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta, Rubbettino, Catanzaro 2003, atti di un ciclo di tre convegni tenuti nel 2001 per iniziativa di un Comitato nazionale appositamente costituito dal Mini­stero dei Beni culturali, su proposta delle Fondazioni Sturzo, Basso, Gramsci e di As­sociazioni per la ricerca storica). La pubblicistica contemporanea d'altro canto ricorda i Settanta solo come «anni di piombo» e presta attenzione quasi esclusiva ai non pochi libri di memorie e reinterpretazione scritti da uomini e donne, che allora erano nelle formazioni politiche responsabili di violenza terroristica, o contigue a quell'area: è l'altra faccia del medesimo difetto. Conseguentemente l'anno su cui sta fiorendo una letteratura è il Settantasette, assunto come chiave d'interpretazione dell'intero decen­nio (L. Annunziata, 1977. L'ultima foto di famiglia, Einaudi, Torino 2007). C'è come una riduzione schematica dell'intero decennio di crisi a «passato da dimenticare». A voler più seriamente riflettere, si dovrebbe partire dal fatto che fu un decennio critico per il mondo, e per tutti i sistemi politico-statuali, e che risposte gravide di conse­guenze sui decenni successivi furono date da forze dominanti a livello mondiale. I «casi nazionali», e il nostro certo lo fu, sono comunque da leggere nel contesto più ampio, globale. Per una meditata riflessione sulle cause di questa perdurante difficol­tà a rileggere il decennio: G. Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino 2007 (in stampa).



 
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