Quell'incontro tra Ingrao e Don Milani - Giorgio Pecorini -1996
Quell'incontro tra Ingrao e Don Milani - Giorgio Pecorini -1996 PDF Stampa Email
Parlano di lui


Quell'incontro tra Ingrao e Don Milani

Ingrao era salito a Barbiana sul finire dell'autunno '65, nei giorni del processo al priore per la sua

Replica ai cappellani militari. Trent’anni dopo, 1995, riordinando appunti e spunti per un saggio su Milani, io ho sentito il bisogno di verificare come ricordasse quell’incontro e valutasse le proprie impressioni e sensazioni di allora. Fui ricevuto cordialmente nella sua bella casa romana di via Balzani. Ascoltò con curiosa attenzione il mio arrischiato parallelo tra le anomale ortodossie sua e di quel prete rispetto alle loro rispettive “chiese” comunista e cattolica: se ne disse sorpreso ma non lo smentì. Aggiunse anzi di esserne in qualche modo lusingato ma di non ritenersi meritevole di un accostamento tanto impegnativo; e io mi ritenni autorizzato a sostenere quella mia interpretazione.

Così appena il libro (Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi) uscì glielo inviai chiedendogli se accettasse di presentarlo; ed egli accettò. La presentazione avvenne a Roma il pomeriggio del 12 dicembre 1996 alla libreria del Manifesto in via Tomacelli: con Ingrao c’erano Tullio De Mauro, Giovanni Franzoni e Filippo Gentiloni.

Il testo che segue è uno stralcio dal capitolo del libro in cui, senza imbastire una vera intervista, trasferii il succo della nostra chiacchierata del ’95 appoggiata sui punti essenziali della sua testimonianza.

 

Giorgio Pecorini

 

 

Ingrao salì a Barbiana con «alcuni amici che a don Lorenzo erano legati da una lunga consuetudine».

Era un pomeriggio uggioso di freddo e di nebbia che, togliendo «ogni calore alla spoglia campagna del Mugello», faceva sembrare «ancora più nudo lo stanzone» in cui il priore faceva scuola, «e ancora più scabra l'esperienza che là si svolgeva. Mancava anche la dolcezza del tempo e della campagna, pure così consueta in Italia: quasi a disperdere ogni sospetto di arcadia». Il priore aveva 42 anni; Ingrao, vice presidente del gruppo comunista alla camera dei deputati e membro della commissione affari costituzionali, otto di più: «Non ci furono convenevoli. Don Milani non concesse nulla - penso deliberatamente - nemmeno alla familiarità che aveva con coloro che mi accompagnavano. La discussione cominciò subito, come un lavoro da svolgere: dinanzi ai ragazzi della suola, come era consuetudine. In realtà non era una discussione, ma un lungo interrogatorio critico fatto al "politico" che saliva a Barbiana, al "politico" comunista. Il tema non era marginale: riguardava il rapporto del partito con gli operai e i contadini.

Era una contestazione amara, che non cercava tanto una risposta ma voleva pungere e incalzare, e non lasciava margini ad approssimazioni di comodo, nemmeno per cortesia verso l'ospite. Ebbi netta l'impressione - lo confesso - che il sacerdote, interrogando, non mirasse a sapere, ma a denunciare: qualche critica era anche ingiusta, o per lo meno affidata a conoscenze sommarie e a dati non sostanziali. Io avevo una grande ammirazione per le cose che aveva scritto e detto don Milani, e non mi inalberai. Alla fine, quando don Lorenzo forse sentì che cercavo di non dare risposte di maniera, la discussione si sciolse e cominciò a tramutarsi in colloquio. Ma era tardi ormai e bisognava rientrare a Firenze.

«[ ... ] Non nascosi, agli amici che mi accompagnavano, l'impressione che avevo avuto di un carattere non solo forte, ma anche orgoglioso, estremamente convinto della verità che portava dentro di sé, quasi non avesse più bisogno di confrontarla con quelle altrui, tutte provenienti da un mondo che egli respingeva in radice. Ebbi anche l'impressione che egli non fosse in alcun modo incline a conoscere meglio i meccanismi di questa società, con la quale era in guerra e che non gli interessava nella sua morfologia interna: sembrava che, avendola giudicata, la partita fosse chiusa nel suo animo.

«E perché allora - nonostante tale orgoglio profetico che sembrava chiuderlo in sé - l'impressione che io ebbi da quell'incontro fu assai forte, e il giudizio verso la sua battaglia resta così pieno di ammirazione? Per quel che mi riguarda, la spiegazione non è da trovare soltanto nella tempra morale dell'uomo, ma in un punto preciso della sua posizione. Era in lui, nelle sue parole, nelle cose che ha scritto, sempre una coscienza robusta e drammatica dell'oppressione di classe, che spezza in due la società in cui viviamo. Raramente si trovano opere in cui come nelle sue i giudizi sui comportamenti umani, sulle forze politiche e sugli istituti sono così impregnati della nozione di questa spaccatura della società, sentita come lacerazione tragica, che colpisce, esclude opprime prima di tutto gli operai e i contadini. E' lecito dire che nei suoi scritti, nelle sue parole si respira sempre un giudizio di classe?».

Assolutamente lecito, anche se qualcuno poi ci si attacca strumentalmente per dargli di eretico o pressappoco. Come fa uno tra i più acrimoniosi detrattori di don Milani, Domenico Magrini, che riportando quella stessa frase di Ingrao, la commenta così: «Il giudizio di classe non si addice all’Apostolo, il quale deve sì combattere il male senza tentennamenti ma soprattutto deve obbedire al divino mandato di recuperare la pecorella smarrita ovunque si trovi. La lotta di classe non è il mezzo che ci vuole per ricondurre i traviati sulla via della rettitudine». Ma “Classismo” è il titolino di Esperienze pastorali nel sottocapitolo a pagina 220. Vi si dichiara «la necessità di ordinare le nostre scuole parrocchiali con criteri rigidamente classisti», vietandone l'accesso a chi per privilegio di nascita, cioè di classe, ha già ben altri strumenti di arricchimento culturale: «Si accettano forse i ricchi alle nostre distribuzioni di minestra? Il classismo in questo senso non è dunque una novità per la Chiesa». Lezione imparata bene dai suoi allievi, che in Lettera a una professoressa affermano: «La lotta di classe quando la fanno i signori è signorile. Non scandalizza né i preti né i professori che leggono l'Espresso», e: «il classismo dei ricchi si chiama interclassismo» (rispettivamente, alle pagine 73 e 89).

Riflettendo sulla contradditorietà tra l'impressione avvertita e il perdurare dell'ammirazione, Ingrao arriva in poche righe al senso più profondo e più vero della lezione-testimonianza di Milani prete, e spiega come essa serva a tutti i cittadini, non ai soli credenti. E se indugia nell'analisi della radice classista del pensiero e dell'azione del priore di Barbiana, è per lo scrupolo di individuarne correttamente senso e obiettivi: «Non vorrei essere frainteso. Non sto minimamente tentando una "annessione" politica di don Milani, che sarebbe ridicola. E nemmeno sto dando un giudizio politico, o solo politico. Cerco di dire qualche cosa di più. Voglio sottolineare che in questo sacerdote si coglieva una conoscenza di fondo della struttura interna della nostra società; ed era una conoscenza non solo intellettuale: talmente vissuta da diventare dramma, tensione morale, sofferenza. «[ ... ] Non ho elementi di conoscenza che mi permettano di ricostruire attraverso quali cammini, esperienze, matrici culturali egli fosse giunto a questa comprensione del nostro tempo. Ciò vuol dire che questi miei giudizi sono affrettati e passibili di sbagli profondi: niente altro che una privata testimonianza: l'impressione che ha fatto su un comunista una figura come don Milani».

Lo scrupolo di correttezza, unito alla consapevolezza del proprio limite e della conseguente possibilità di errore, porta un non credente - “un comunista” - a intendere e ammirare le scelte di un prete, nonostante siano fondate su “una gerarchia di valori diversi dalla mia, che è mondana e non altro”. Ma un comunista per tanti versi simile a quel prete: un comunista a sua volta diviso, vorrei dire lacerato, nell'impegno di una "disobbedienza obbedientissima" alla ditta-partito di appartenenza, cui non risparmia critiche, nella speranza di dare una mano a migliorarla. Un laico che per quell'attenzione alle cose della religione e per il rispetto dei credenti veri, prima o poi arriva anche lui a farsi dare di convertito dai giornali più sciocchi.

 
Copyright © 2017 www.pietroingrao.it. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.