Pietro Ingrao: sullo schermo la grande avventura del Novecento - G. De Luna - 12 gennaio 2013
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Parlano di lui

Pietro Ingrao: sullo schermo la grande avventura del Novecento

di Giovanni De Luna

(il manifesto, 12 gennaio 2013)

 

Prima c’è stato il libro (Volevo la Luna, Einaudi). Ora c’è il film (Non mi avete convinto, di Filippo Vendemmiati), che sarà proiettato oggi alle 10 nel Teatro Eliseo di Roma. In entrambi Piero Ingrao si racconta. la Lenola dell’infanzia, il Centro sperimentale di cinematografia, la scelta antifascista maturata dopo la guerra di Spagna, l’amore e l’incontro con Laura, il comizio a Milano il 25 aprile del 1945, la direzione dell’«Unità», la presidenza della Camera nel 1976, la svolta di Occhetto, il PdS, l’uscita dal PdS. La vita è la stessa, gli episodi sono gli stessi, il tono è lo stesso. Stessa sincerità, stesso rifiuto di quella «monumentalità» tipica, ad esempio, di un Giorgio Amendola. E invece molta disponibilità all’autocritica, a un bilancio anche severo dei propri errori, senza le reticenze di un tempo. Aspri sono i giudizi sul clima soffocante che si respirava all’interno del Pci; spietata la denuncia della propria viltà in occasione dell’espulsione del gruppo de «il manifesto»; straordinaria la lucidità con cui viene espresso il suo dissenso da Togliatti, fondato sull’elogio ingraiano del frazionismo e della pluralità, del conflitto opposto all’unanimismo. Ma nel film parlano le immagini e nel libro si leggono le parole. E questo fa la differenza. Nel film Ingrao si racconta con la sua voce; usa il suo corpo segnato dalla vecchiaia per trasmettere memoria e conoscenza. E la memoria, che già nel libro si era sottratta agli stereotipi dell’enfasi reducistica, qui diventa ancora più fluida, meno ossificata, proprio perché scandita da energie vitali sempre più flebili ma ancora cariche di lucidità. Ingrao nel libro si racconta a un universo indistinto di lettori; nel film sceglie un interlocutore e usa la sua memoria in uno scambio tra generazioni. Risponde alle domande e sollecita le domande. E così i suoi ricordi cessano di essere le tessere di un mosaico autobiografico per diventare segmenti di un dialogo, di un discorso ininterrotto. Le immagini hanno questi effetti di grande suggestione, quando si accompagnano alla memoria. È sempre così, ma lo è a maggior ragione in un film che racconta anche la passione di Ingrao per il cinema.
Ecco un altro aspetto che il libro non poteva restituirci. I fotogrammi di «Dramma della gelosia» ci ricordano con grande efficacia l’importanza che il cinema ha avuto nella sua formazione. Senza il cinema non si capisce il suo «viaggio attraverso il fascismo» (la militanza giovanile nei Guf, la partecipazione ai Littoriali, l’«ode» composta in onore di Littoria-Latina, ecc..) e la scoperta esaltante e carica di seduzioni di un nuovo linguaggio fatto non solo di parole, in quella che Ingrao chiama «l’avventura delle immagini». Eccolo il Novecento ingraiano. Non è solo un secolo che ne racchiude la vita. Il Novecento è la grande scommessa sull’ambizione prometeica di cambiare il mondo, sulla possibilità della politica di creare un uomo nuovo, di modificare le coordinate naturali o divine in cui fino ad allora sembrava inscritto il destino degli uomini. La Politica, il Lavoro, lo Stato, il Partito: tutte queste maiuscole definiscono il suo Novecento. In questo universo granitico, anche il Cinema si scrive con la maiuscola: è l’irruzione di una modernità vorace, dinamica, aggressiva nelle cattedrali di marmo delle certezze dogmatiche e nell’orgogliosa sicurezza di «venire da lontano e andare lontano» (a questo proposito il rinvio è al numero di Alias del 8 settembre 2012). Nel film, più che nel libro, Ingrao confessa la sua pratica del dubbio, ammette le sue sconfitte, elenca virtù come la mitezza, la debolezza, la lentezza, riflette sui limiti della politica e di quella che è stata la grande illusione della sua vita. E alla fine ci consegna un ossimoro che a mio avviso racchiude l’intera storia del comunismo italiano. Prima l’utopia rivoluzionaria, poi la stagione riformista, ma il disegno è stato sempre quello della «costruzione di un diverso ordinamento giuridico». Anche grazie al suo ruolo istituzionale, dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, Ingrao si dedicò infatti prevalentemente allo studio di progetti di riforma dello Stato. Più che il Lavoro, fu lo Stato ad assorbirne le energie, a indirizzarne le speranze. Pure, nel film, oltre a insistere sui tratti eretici della sua formazione politica, a un certo punto evoca un fondamento anarchico della sua personalità per poi confessare una sua irriducibile diffidenza per l’atto del «normare» e di «giudicare». Ed è lì che in quegli occhi stanchi, appannati dagli anni, brilla per un attimo la scintilla del sovversivo, quasi che in un momento di totale sincerità il ribelle ottocentesco abbia preso il sopravvento sul militante comunista novecentesco. Ribelle e militante rivoluzionario sono termini inconciliabili: non per Pietro Ingrao e per il modo in cui ha vissuto la sua vita.

 
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